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LOST IN TRANSLATION: il mio viaggio in giappone

Ritorno finalmente a scrivere sul mio blog dopo quasi sei mesi di totale inattività, cosa per cui sono molto delusa da me stessa, avendo fatto giuramento, fino dalla messa online del sito nel lontano novembre 2019, di pubblicare almeno un post al mese.

Cosa è successo in questo vorticante inizio del 2024?

Consulenza à gogo

Dal punto di vista lavorativo, sono stata assorbita totalmente dall’attività di consulenza, che mi ha costretta a passare anche otto ore al giorno in call con un sacco di aspiranti imprenditori, attività che amo e che mi dà da vivere, ma che – quando raggiunge certi livelli – mi lascia svuotata, direi prosciugata da qualsiasi volontà creativa, che la scrittura di un blog comporta.

A fine giornata ho la testa talmente pesante da non riuscire a sviluppare un pensiero autonomo, per cui l’unica cosa che mi rilassa è portare a spasso il mio prode bassotto Lancillotto.

E questo è il lato del dovere.

Sì, viaggiare

In parallelo, nel 2024 è tornata prepotente la mia più grande passione, quella dei viaggi, e posso dire di averci dato dentro fin dall’inizio dell’anno, per la cronaca non ho ancora finito…

Dalla pandemia Covid in poi, prima per le restrizioni, poi per la paura ed in parallelo per l’arrivo del sopracitato bassotto, io ed il mio compagno abbiamo stoppato i viaggi intercontinentali, facendo solo qualche capatina in Italia ed in Europa negli immediati dintorni.

Quest’anno a marzo ricorreva un compleanno a cifra super tonda per Roger, quindi abbiamo colto l’occasione per programmare e realizzare un favoloso viaggio in Giappone , ed è di questo che oggi vi voglio parlare, non tanto dal punto di vista turistico, perché non tratto di questo argomento in questa sede, ma dal punto di vista di ciò che ho osservato a livello economico e sociologico nel paese del Sol Levante.

Il titolo dell’articolo prende ispirazione da uno dei primi film di Sophia Coppola del 2003 che vedeva una giovanissima Scarlet Johansson affiancare il mitico Bill Murray in una tenera storia d’amicizia totalmente ambientata a Tokyo, uno dei pochi film occidentali girati in Giappone, che racconta alla perfezione lo straniamento che si vive quando si viene catapultati su questo strano “pianeta”.

Siamo sempre parte di un trend

Ho scoperto, dopo aver acquistato il biglietto aereo, che il Giappone è considerata la destinazione dell’anno, con un aumento del numero dei turisti tale che le Autorità giapponesi dal 1° aprile 2024 hanno vietato l’ingresso dei viaggiatori in alcune aree del quartiere Gion, il famoso distretto delle Geishe di Kyoto, oltre a contingentare gli accessi alle scalate sul Monte Fuji per la stessa ragione.

Il Giappone è un mondo a parte, 15 giorni in questo paese equivalgono – in termini di esperienza – ad almeno un mese in un altro luogo del mondo occidentale, perché si ha la sensazione di essere proiettati in un altro pianeta, in un contesto sociale a dir poco estraniante e con città di dimensioni abnormi: tanto per capirsi, l’area di Tokyo è la più popolata area metropolitana del mondo, con oltre 35 milioni di abitanti, copre un’area di circa 13 500 km², estesa quanto la Regione Campania, ma con una popolazione sei volte maggiore!

Regole di convivenza

La prima cosa che si nota arrivando a Tokyo (dove ero già stata nel 2015) è che la gente si muove all’unisono, seguendo pedissequamente tutte le regole di convivenza sociale, in gran parte legate all’utilizzo della metropolitana (che conta oltre 25 linee di operatori diversi), pertanto ciò che potrebbe essere un assurdo caos, funziona invece alla perfezione.

Nessuno ti tocca, nessuno spintona, nessuno parla in metropolitana per non disturbare gli altri, i giapponesi formano file ordinate di fronte a qualsiasi cosa: il vagone della metro, il ramen bar, il negozio di alta moda, il distributore automatico, sembra quasi che il fare la fila sia per molti giapponesi un’occasione per socializzare, visto che la loro vita è davvero poco social e le persone appaiono molto sole.

Altra nota a dir poco incredibile: in Giappone non esistono cestini, bidoni della spazzatura, non c’è praticamente alcun posto dove gettare l’immondizia. Ebbene, è difficilissimo trovare una cartaccia, un mozzicone di sigaretta, una qualsiasi traccia di passaggio umano nelle città, perché i giapponesi si portano a casa la spazzatura. Hanno borse elegantissime che a fine giornata sono rigonfie di rifiuti, alla sera tornano a casa e gettano l’immondizia ciascuno a casa propria, differenziandola accuratamente e consegnandola agli operatori con tanto di codice identificativo (vuoi mai avere sbagliato qualcosa e dover quindi pagare una multa).

Avere un pet in Giappone

Questo avviene anche per quei pochissimi – e direi – coraggiosi proprietari di cani: ho visto con i miei occhi cagnolini di microscopiche dimensioni vestiti in modi improbabili portati nel passeggino (giuro non toccano quasi mai terra), è vietato loro l’accesso praticamente ovunque, sono considerati sporchi; pertanto, i proprietari girano con bottiglioni d’acqua per sciacquare la pipì dei loro pet ed “il resto” se lo portano a casa e lo smaltiscono alla sera, così come per gli altri rifiuti. Ho capito, pertanto, che il passeggino canino è quasi obbligatorio per le tante funzioni che deve assolvere…

Forse è per questo che esistono i Neko Cafè (bar con i gatti) e gli Inu Cafè (bar con i cani) dove il giapponese medio può vedere dal vivo e socializzare con questi animali, come se fosse allo zoo… se penso alla situazione attuale nel nostro paese, ed in particolare nella città di Torino, dove c’è quasi un cane per ogni residente, resto abbastanza spaesata, forse la virtù sta nel mezzo!

Difficoltà di comunicazione

Altra cosa da sapere è che in Giappone quasi nessuno parla inglese, lo parlano poco e male persino gli addetti alla reception degli hotel (quando non sono robot o addirittura ologrammi!); pertanto, è fondamentale avere un’ottima connessione internet ed utilizzare Google Translator continuamente, sia per leggere i nomi delle stazioni della metro, che per i menù dei ristoranti.

Chiedere ad un passante un’informazione è difficilissimo, i giapponesi per strada sfuggono alle richieste, sono imbarazzati, cercano in tutti i modi di evitare qualsiasi contatto, per cui è necessario cavarsela da soli.

Nuovi approcci alla ristorazione

Al problema linguistico, per noi turisti che almeno due volte al giorno ci trovavamo alla ricerca di cibo, viene in grande aiuto l’automatizzazione del processo di ordinazione in qualsiasi tipo di ristorante: dal semplice ramen bar, al locale più chic, non esiste praticamente alcuna interazione con il cameriere (che infatti non esiste più di tanto come figura professionale nella nostra accezione del termine).

Nei posticini più semplici, gli ordini si effettuano in una sorta di “bancomat” inserito all’ingresso del locale, che è scritto rigorosamente tutto in giapponese, ma per fortuna è provvisto di immagini dei vari piatti: selezionando la portata desiderata su un touch screen, si inseriscono le banconote nella macchina e si porge direttamente al cuoco il micro bigliettino contenente l’ordine. A quel punto ci si accomoda e nel giro di pochissimi minuti si viene serviti.

I posti un po’ più evoluti hanno sviluppato APP per gli ordini; pertanto, si inquadra il QR code e si procede all’ordine, solitamente qui esiste anche il menù in inglese, ci si accomoda alla barra intorno alla cucina e anche in questo caso le comande arrivano con una precisione millimetrica ed un tempo di attesa bassissimo.

Sì, perché, come in tutta l’Asia, non si va al ristorante per fare conversazione o per passare una serata con gli amici, col cavolo!

Al ristorante si mangia. Il minuto dopo che hai posato le bacchette, devi lasciare spazio a chi è in coda dietro di te, il più delle volte da solo.

Per i giapponesi mangiare non è un’attività socializzante come per noi italiani e per i popoli mediterranei in genere, è un’esigenza fisica da espletare in fretta e da soli, poi si torna a lavorare.

All’inizio può apparire brutto ed estraniante, anche perché per il turista il pasto è uno dei rari momenti di riposo, in cui ci si può sedere un attimo a recuperare le forze, ma poi ci si fa l’abitudine.

Pagamenti elettronici? No, grazie

Una cosa davvero incredibile è la scarsissima attitudine all’utilizzo di pagamenti elettronici, che nessuno si aspetterebbe in un paese così avveniristico: quasi ovunque si paga esclusivamente in contanti, soltanto nei negozi di alta moda, piuttosto che nelle grandi catene sono accettate le carte di credito (anche negli hotel ovviamente), ma in tutte le attività commerciali indipendenti, i baretti, i ristorantini, addirittura nelle stazioni di treni e metro esigono sempre il pagamento in contanti, chi lo penserebbe in un paese così moderno ed evoluto?

Cheap and chic

Altra cosa che appare davvero lampante è che in Giappone non c’è inflazione, anche perché la Banca Centrale è totalmente indipendente dal resto del mondo, non sono vincolati da accordi di nessun tipo e pertanto i prezzi sono rimasti quelli del 2015, anno del mio primo viaggio: in Giappone l’elemento più rappresentativo del “paniere di beni” è sicuramente il piatto di ramen, che costava mediamente mille yen 10 anni fa e costa mille yen oggi: per la cronaca, equivale a meno di 6 euro, pertanto noi facevamo un pasto completo con meno di 10 euro a testa, birra inclusa.

In Italia c’è l’idea diffusa che il Giappone sia carissimo, nulla di più lontano dalla realtà: i trasporti efficientissimi costano davvero poco, con quattro euro al giorno paghi l’abbonamento alla metro che puoi usare senza alcuna limitazione, con 40 euro si percorrono 600 km sullo Shinkansen, il famoso treno proiettile, con una frequenza di un treno ogni 5 minuti, collega le principali città e viaggia alla velocità di 300 km orari. Mediamente il prezzo per andare da Torino a Milano con il Frecciarossa!

Al ritorno in Italia con i parametri ancora giapponesi, sono rimasta scioccata dai prezzi assurdi del nostro paese (che prima di questo viaggio mi sembravano normali), totalmente sproporzionati alla qualità dei servizi e delle proposte gastronomiche: qui ormai se fai un aperitivo con due tapas in croce ti partono 30 euro a persona, in Giappone con 30 euro in due facevamo una scorpacciata di sushi di qualità eccelsa nel mercato di Tsukiji a Tokyo. Ahimè!

Conclusioni

Ultima nota di colore, in quasi tutti i miei viaggi extra-europei, ho sempre percepito che noi italiani siamo considerati fighissimi, ma in Giappone di più: hanno un vero e proprio mito dell’Italia, quando riesci ad entrare in feeling con qualche persona del luogo, cosa che accade soprattutto alla sera nei minuscoli baretti che contengono massimo 5 o 6 avventori e dove quindi chiacchierare è d’obbligo, quando ti chiedono da dove arrivi e tu rispondi dall’Italia, la persona si inchina e ti ringrazia.

Per loro è un grande onore che persone che hanno la possibilità di vivere nella meravigliosa ed iconica Italia, si prendano la briga di viaggiare in Giappone, ne sono letteralmente onorati.

A quel punto, complice qualche bicchiere di sakè, partono addirittura abbracci e pacche sulle spalle, ci è capitato che un signore distinto vestito da manager ci rivelasse la sua canzone italiana preferita e si esibisse con le lacrime agli occhi cantando “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri. Letteralmente commovente!

Tra l’altro, il culto del vino italiano è ampiamente diffuso, guardate nell’ultima foto cosa c’era in mezzo alle bottiglie di sakè in un baretto caratteristico di Kyoto dove il giovanissimo titolare aveva una passione viscerale per le Langhe e proponeva il Nebbiolo come la massima prelibatezza della propria offerta.

Come spesso accade, mai fermarsi alla prima impressione: dietro quella apparente freddezza, ci sono cuori caldi ed appassionati, bisogna soltanto sapere aprire “quella” porta.

Author:

MARTA GIAVARINI - STRATEGIE DI BUSINESS. Supporto aspiranti Imprenditori, Freelance e Startupper a mettere a fuoco il loro Business Model, a conoscere e analizzare il mercato in cui lavorano, per pianificare strategie vincenti attraverso un Business Plan. Aiuto imprese già avviate a rivedere il proprio Modello di Business per sviluppare nuovi prodotti e nuovi mercati.

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